Report del Forum Partecipato Play!!! La civitas dello sport popolare
ALT- Giornale Partecipato ha promosso un nuovo FORUM come base di discussione ed elaborazione del’area tematica del prossimo numero invernale, domenica 2 dicembre a SCUP (Sport e Cultura Popolare), dentro una delle sue palestre ricavate da una delle vecchie celle frigorifere di quelli che erano i docks, i magazzini a ridosso della rete ferroviaria.
Questo è l’incipit che ha dato il “la” al forum partecipato.
Vi siete mai chiesti cosa significa la parola sport ?
La sua etimologia è latina e arriva da “deportare”, ovvero uscire fuori porta. Per fare attività sportive si doveva andare fuori dalle mura della città. Dopo un passaggio dal francese desporter, gli inglesi iniziano ad usare il termine disport che poi si abbrevia in sport. Tenete conto che “diporto” viene ancora usato per intendere svago, gioco, passeggiare… Il punto che c’interessa è associare alla parola sport un concetto cardine: popolare.
Ciò ci permette di porre delle discriminanti rispetto alle tante declinazioni edoniste ed agonistiche per focalizzare l’attenzione sulla funzione sociale dello sport come opportunità di aggregazione, socializzazione, partecipazione, cura del corpo fino ad arrivare alla cura della città.
Da qui arriviamo all’idea che intendiamo mettere in campo: in che termini lo sport popolare, inteso come espressione di auto-organizzazione sociale, al di fuori dei modelli commerciali, istituzionali e pastorali (gli oratori ecclesiastici), possa contribuire alle dinamiche di cittadinanza attiva.
Abbiamo scelto la parola latina civitas per intendere questa potenzialità di opportunità civile. Suona bene. Ma non solo.
Roma è una città che con lo sport popolare ha un fortissimo legame: decine di palestre popolari ne caratterizzano i territori, ognuna con la sua storia, le sue attività, le sue lotte. Una vera e propria civiltà dello sport popolare, che però le istituzioni spesso non vogliono e faticano ad accettare. Ciò rende questa civiltà un continente sommerso, apparentemente invisibile eppure pieno di vita e di energie: laboratori di comunità, cittadinanza, integrazione, solidarietà, salute e benessere, di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.
ALT- Giornale Partecipato in questo suo terzo numero ha questo come focus tematico: “La civitas dello sport popolare”.
Secondo la nostra metodologia faremo un forum con una particolare modalità partecipativa per confrontarci con vari protagonisti, esperti e cittadini attivi.
Il forum è stato scandito da alcune domande, che sono state poste ai partecipanti con un ritmo preciso.

I fuochi del ragionamento collettivo sono stati tre:
1) Cos’è lo sport popolare? Quali sono le sue caratteristiche?
Fino alla metà degli anni Ottanta in città fin da bambini “si giocava dove si poteva e ci si faceva spazio per giocare” – ci dice Paolo Gelsomini – nonostante le strutture fisiche del territorio già non contemplassero il gioco e l’attività fisica. La socialità ludica e creativa andava ben al di là del bruciare calorie o della ricerca di record sportivi. Era un “giocare (fare sport attività fisica) per gioia, relazioni, divertimento socialità”. Rispetto a quei tempi, sembra quasi che un giorno un bambino abbia gridato “…maaachina!!!”, come ci ricordano i più attempati, il gioco si sia interrotto ma il flusso delle macchine non sia più cessato.
Se ci si chiede quali siano le caratteristiche dello sport popolare, tutti sono d’accordo nel dire che “l’accessibilità economica non è la prima caratteristica”, come ci fa notare Nereo Benussi. Chi lascia una palestra tradizionale per una popolare lo fa per accedere a una esperienza diversa, non per avere la stessa cosa a meno.
Si tratta di un approccio che si considera molto “diverso da quello degli spazi collegati a federazioni (che devono fare i risultati): il risultato agonistico non ha la priorità” ci dice Antonella della Palestra Popolare di San Lorenzo.
Gli istruttori stessi cercano ambiti lontani da “un approccio culturale legato al profitto attraverso lo sport, nella performance individuale e nella gestione degli spazi”, contesti non contaminati “da stress e frustrazione nel rapporto con lo sponsor” che chiede risultati all’altezza dell’investimento, altrimenti taglia i fondi, ci dice Shiva di Scup.
Allora cosa è prioritario nello sport popolare? La Carta di Toronto (The Toronto Charter for Physical Activity: A Global Call to Action) del 2010 – come ci ricorda Antonella – contiene un riferimento comune che rimanda ad una concezione di attività fisica vista come essenziale per il benessere, la salute fisica e mentale, la qualità delle relazioni sociali e della vita, e che partendo da questa consapevolezza richiede alle città e agli stili di vita una conseguente trasformazione degli spazi e dei tempi.
Per questo motivo nelle pratiche dello sport popolare si evidenzia l’ “attenzione consapevole ad emozioni (nel movimento)”, l’ “importanza del divertimento”. Anche per questi motivi, non solo con i bambini, spesso nell’allenamento c’è la “riproposta dei giochi infantili, per sviluppo competenze”; Giuliano di Scup afferma che nelle discipline di combattimento si sperimenta concretamente una “diversa concezione della relazione con l’avversario (compagno di crescita)”. Insomma un approccio complessivo allo “sport in cui la soddisfazione è fare qualcosa insieme, diverso da individualismo competitivo”.
Un rilievo particolare è stata data all’impegno dei centri sociali per portare opportunità di sport popolare nei territori. “Nei centri sociali, nelle occupazioni autogestite”, soprattutto attorno a “discipline nuove che hanno difficoltà a trovare spazio in palestre commerciali”, si mette in campo un “intervento di aggregazione sociale sul territorio”, basato sui valori dell’ “antifascismo, antirazzismo e antisessismo” afferma sempre Giuliano.
Non a caso le prime forme di attenzione al “diritto allo sport anche per migranti” nascono vicino a questi ambiti. L’esperienza delle palestre popolari ha sperimentato nel tempo un “circolo virtuoso tra proposte sportive e dei centri sociali”. Chi frequenta i corsi sportivi può accedere ad esempio anche alle opportunità culturali e di socializzazione messe in campo dallo spazio sociale. L’idea di attivarsi per cambiare, propria della pratica sportiva, trova negli spazi sociali un contesto più ampio di responsabilizzazione, legando ad esempio “sportivi e cura dello spazio che ospita i corsi”: nelle palestre popolari gli sportivi sono co-responsabili dello spazio e del servizio, non semplici fruitori.

Che impatto ha sulla città?
Come lo sport popolare può prendersi cura delle relazioni?
Nella città lo sport popolare, nella sua accezione più ampia, si configura come un processo di auto-organizzazione che va in direzione contraria alla “riduzione di spazi per gioco gratuito” ci ricorda Paolo Gelsomini. Un processo anche culturale perché la riduzione delle opportunità d’uso ludico della città è collegata anche ad “un problema culturale, quello dell’ eccessivo timore per l’incolumità dei bambini” ci dice Antonella. Sostenere il naturale “impulso all’attività fisica contrasta i rischi della sedentarietà” per tutte le età. Ma anche i rischi dell’isolamento sociale. Molte sono ad esempio le esperienze di inclusione dei migranti che, come ci racconta Salvo dei Liberi Nantes, sono partite proprio dal riconoscimento del diritto allo sport per le categorie a rischio di isolamento e marginalizzazione. Vanno considerati inoltre gli effetti di “bonifica” del territorio in cui si porta lo sport popolare: infatti, come dice Carlo di Urban Experience, “appuntamenti regolari in luoghi pericolosi li bonificano, come nel caso dei “set erranti” di Capoeira condotti da Metre Camisa a Rio”. Da questo punto di vista esempi di pratiche sportive che si fanno spazio nella città sono gli “appuntamenti di comunità come il cricket”, come ci racconta Giulio, allievo di Kung Fu di Scup. O le pratiche di Tai Chi nei parchi, come suggerisce Marina.

Come promuoverlo?
Quali sono le principali difficoltà che oggi incontra lo sport popolare?
Un principio per la promozione dello sport popolare è quello di “Riaprire la città alla libera gratuita ludicità”, favorendo la “cultura dello sport in piazza”, come è comune vedere ad esempio in Cina, o come fanno realtà che promuovono il tango popolare. Non si tratta di semplici dimostrazioni ma di pratiche vere e proprie della disciplina, a volte lezioni all’aperto.
Un passaggio essenziale, ci dice Monica di Reter, è evidentemente quello di “individuare luoghi pubblici” più adatti. Sul territorio del VII municipio un’ipotesi – ci dice Maria Rosa di Comunitappia, potrebbe essere “ piazza Scipione Ammirato, in occasione della festa della musica”. Altri contesti in cui portare lo sport popolare sono ovviamente quelli coinvolti in processi di degrado o speculazione, ad esempio zone pedonali che per una mala gestione rischiano di essere riaperte alla circolazione delle macchine come a San Lorenzo.
E’ decisivo conoscere le proposte istituzionali che potrebbero favorire iniziative di sport popolare. Tra queste, afferma Paolo, la “Delibera Svetlana Celli su aree pubbliche per uso temporaneo per sport e integrazione” e, afferma Carlo, il programma “Coni-Comune di Roma, Playground nel Municipio I”.
Un’altra attività importante, ci dice Monica, è la “mappa su sport in spazi pubblici indoor e outdoor” delle realtà che danno corpo allo sport popolare nelle sue varie accezioni. Da questo punto di vista è considerato importante anche “rivalorizzare i centri sportivi comunali”.
a cura di Piero Valentini, Carlo Infante, Marco Petruccioli
