Sport popolare. Coscienza non fatiscenza. Un racconto di sport popolare dall’esperienza di Giuliano di SCuP
Lo sport popolare a Roma? Parlarne non è facile, si tratta in fondo di storia popolare, ognuno ne sa un pezzo, e quel pezzo lo vede dal suo punto di vista, quello della sua esperienza, che si incrocia con quella di tanti altri. Da dove inizi, dove finisci? E’ opinabile.
Chi si è trovato ad attraversare questa storia da istruttore a partire dagli Novanta potrebbe provare a raccontarla per capitoli, distinguendo all’incirca tre o quattro momenti in successione, caratterizzati ciascuno da volti, luoghi, emozioni e atmosfere diverse. E sicuramente ci si scorda qualche nome. Ma è una storia popolare, altri li aggiungeranno.
Scena prima. Il primo capitolo si apre su una scena lontana nel tempo. Sono i primi anni Novanta. Sono nate diverse esperienze di occupazione e autogestione. Il grande pubblico le conosce poco. Sembrano avvenire negli anfratti nascosti della città. A ripensarci sono imprese gloriose collegate in parte alla Pantera, il movimento studentesco del 1990, che dall’università si riversa sui territori, soprattutto quelli periferici, per continuare un discorso interrotto negli anni Ottanta, quello dell’idea di riprendersi la metropoli. Si occupano spazi abbandonati, iniziando a ripulirli per portarci iniziative. In quegli anfratti umidi, che ricominciano a essere percorsi dalla vita, viene l’idea di organizzare anche corsi e seminari di attività fisiche. Nascono così le prime palestre popolari al Sisto, al Forte, al Corto. Esperienze diverse fino a un certo punto. I valori che li orientano sono chiari e comuni a tutti e in quegli anni in cui per strada circolano teste rasate e bomberini col tricolore e in tv dilaga mediaset rappresentano una sfida decisiva sui territori: antifascismo, antirazzismo, antisessismo.
A prima vista gli spazi sono simili a stanze vuote senza attrezzature sportive ma sono già abbastanza per iniziare a portare appuntamenti fissi che attorno all’attività fisica lavorano per l’inclusione dei primi immigrati, per il recupero dei pischelli che ammazzano la noia sui muretti, favorendo nel tempo storie di riscatto personale di persone altrimenti a rischio emarginazione. Il concetto è che per prendere parte ai corsi si dà quello che si può, e se non si ha nulla non si paga proprio. Chi può contribuisce come può, spesso dando una mano decisiva alla costruzione di pareti, pavimentazioni, impianti elettrici etc.
Nascono così appuntamenti fissi di tipo sportivo in luoghi sottratti all’abbandono con le unghie e coi denti, con scope e straccio. Chi insegna ha storie di vario tipo. In discipline in cui ha esperienza ma non necessariamente certificazioni e titoli. Una quota consistente di chi partecipa alle lezioni è composta da attivisti e frequentatori dei centri sociali, gente che studia o lavora, o che fa entrambe le cose, gente attratta non solo dai prezzi più bassi rispetto alle altre palestre ma anche ad altro. O meglio, gente che in una palestra comune farebbe fatica a starci, non tanto per motivi economici ma per via di una sensazione di disgusto sul piano della socialità. E che è attratta anche della ricerca culturale. Nei centri sociali infatti, in quelle stanze spoglie dedicate allo sport, iniziano a trovare spazio ginnastiche dolci e discipline olistiche che in quegli anni farebbero fatica a inserirsi nelle palestre occupate da specchi, musica commerciale e macchine con i pesi. Quelle nei centri sociali sono insomma in quell’epoca esperienze pioneristiche e sperimentali ma che consentono di testare e perfezionare pratiche fino a far sorgere l’idea in alcuni casi di provare a dedicare al lavoro sullo sport occupazioni ad hoc in periferia, come nel caso delle palestre popolari del Tufello e di Ostia, o in quartieri come San Lorenzo.
Il Duemila. Mentre tutto ciò prende forma, pian piano anche la scena intorno cambia. Siamo al secondo capitolo. E’ ormai il Duemila. In quegli anni i centri sociali vedono affacciarsi nuova gente, cresce la loro popolazione, complice forse la ribalta mediatica del G8 di Genova che li mostra come punti di riferimento nella sperimentazione concreta di approcci critici alla globalizzazione, vicini ma diversi rispetto a ONG e associazioni umanitarie. Sport e salute nel frattempo conoscono una rinnovata attenzione da parte del grande pubblico (come anche dei frequentatori dei centri sociali) e sono riconosciuti come ingredienti irrinunciabili del benessere. Ma dura poco. A pochi mesi dall’entrata in scena dell’euro nel 2002, gran parte della popolazione scopre un dimezzamento del potere d’acquisto e tra le prime voci di spesa da tagliare molti depennano proprio la palestra. Altri invece no, perché vedono nelle palestre popolari una opzione cui guardare con un nuovo interesse. In effetti gli istruttori che avevano iniziato negli anni Novanta si sono decisamente “impratichiti”, non hanno più nulla di incerto o improvvisato. In più appare un fenomeno nuovo, si affacciano nelle palestre veri e propri professionisti con certificati e CV (ci sarebbe un sacco di nomi da citare come esempio) gente che preferisce non insegnare nelle palestrone ma fare un lavoro sul sociale. E ormai di centri sociali a Roma ce sono quasi quaranta, con dieci anni di sperimentazione di pratiche organizzative ma anche di perfezionamento di elementi strutturali. Non ci si limita più a una stanza spoglia ma ci sono le docce (!) e tutti i principali arnesi che la disciplina che vuoi fare necessita. Insomma negli anni duemila c’è gente che scopre di avere praticamente sotto casa un’opzione che non solo consente di non rinunciare allo sport ma che si configura come una proposta non di ripiego, rimediata, ma con maestri veri, in un contesto, quello dei centri sociali, che offre ulteriori elementi rispetto alla sola pratica sportiva. La differenza, se vieni dalle palestre normali, la noti. I maestri condividono con te non solo la disciplina, ma spesso si rimane insieme anche oltre il tempo della lezione, magari facendosi una birra insieme agli altri compagni di corso, che in una palestra normale spesso non sai manco come si chiamano. E nel tempo si impara, si cresce. E non solo sportivamente. Alle volte ti pare di notare che chi c’è da più tempo condivide qualcosa in più, gioie e dolori di far crescere una proposta. E partecipa allo spazio sociale a tutto tondo, nei suoi vari tipi di proposta: cucina, concerti, iniziative, dibattiti, mobilitazioni. Insomma paghi meno ma hai addirittura più possibilità.
I risultati si vedono. Verso metà anni Duemila queste premesse trovano il loro sviluppo. I centri sociali nella maggior parte dei casi oltre alla palestra popolare schierano osteria, corsi di vario tipo, iniziative culturali, musicali, di studio e di autorganizzazione su tematiche territoriali e di attualità. In più sono attraversati da realtà attive su varie tematiche ma che evidentemente non hanno spazi per riunirsi o per organizzare appuntamenti pubblici. In ognuno di questi ambiti i centri sociali hanno accumulato esperienza e capacità organizzativa. E i risultati si vedono. In ambito sportivo atleti formatisi nelle palestre popolari mietono successi nelle discipline che propongono competizioni ufficiali. E’ il caso della Kick, del Tae Kwon Do, del Rugby. Anche nelle altre discipline centri sociali e palestre popolari vengono riconosciute come contesti adeguati ad ospitare iniziative rivolte ad accogliere leggende internazionali della disciplina e centinaia di persone da tutta Italia e oltre. Realtà vive che ispirano documentari e racconti. Insomma diventa ancora più chiaro a tutti che le palestre popolari autogestite, pur presentando ancora limiti sul fronte strutturale rispetto ai centri sportivi, non rappresentano una nicchia, un sottoscala ma possono costituire per gli atleti un viatico del tutto legittimo per risultati importanti. E questo in alcuni casi è riconosciuto in quell’epoca anche da pezzi delle istituzioni, che scelgono di sostenere i progetti sociali delle palestre popolari. Anche le persone che le frequentano sono cresciute nel tempo. Non solo di numero. Sono cresciute, si sono laureate, alcune hanno iniziato ad avere esperienze di lavoro e studio importanti. Che spesso intrecciano con le attività degli spazi sociali che possono ospitare iniziative e proposte.
Fine della storia? Sembrerebbe quasi un racconto lineare, un cumularsi di sforzi e di riconoscimenti. Invece non lo è. Come ogni rappresentazione, ovviamente più ti avvicini più, in quello sembrava un contorno regolare, puoi scorgere rughe, sbavature, contrasti, nodi ancora irrisolti. Ma verso la fine degli anni duemila questa complessa storia popolare è coinvolta in un gorgo generale che ne mette in forse lo sviluppo. Il controverso “modello Roma” va in tilt. Si avvicendano giunte prima inimmaginabili. Roma va in pasto alla destra per la prima volta. Poi Marino. Emergono gli scandali di Mafia capitale. Corruzione, collusione con la criminalità, Roma è commissariata. Il PD stesso è già commissariato da tempo. Nel frattempo scompaiono formazioni politiche più piccole ma un tempo influenti sponsor degli spazi sociali. Alla crisi politica si accompagnano i segni della crisi economica conclamata (che in verità già serpeggiava da almeno un decennio ma dopo il 2009 si può dare la colpa a fattori esogeni). Gli enti locali si dicono in rosso fisso. Ci si convince che non si può costruire se prima non si ripulisce. Per risanare questa palude a Roma una parola d’ordine si diffonde: legalità. Legalità negli appalti pubblici, nei finanziamenti. Mano dura contro le realtà che vivono in situazioni di irregolarità. E rieccoci alle palestre popolari. Non sono pochi quelli a cui la realtà sociale ed economica creatasi attorno ai centri sociali proprio non va giù. Quella che ai primi occupanti appare una gigantesca e quasi miracolosa iniziativa di aggregazione attorno al recupero di spazi e contesti abbandonati, dovuta in massima parte alla capacità auto-organizzativa di un segmento molto variegato di popolazione, agli occhi degli alfieri della legalità appare invece qualcosa di losco che configura una offerta molto sleale nei confronti della libera concorrenza, dato che che sfugge ai controlli di igiene, di sicurezza, al pagamento di contratti per luce, acqua, gas etc. Immaginano gli spazi sociali come erogatori di servizi abusivi e scadenti acquistati da fasce marginali della popolazione, che in modo un po’ furbetto usano le versioni fatiscenti di servizi che non avrebbero modo di acquistare altrove. E ci fanno anche gli alternativi. Insomma quello che agli attivisti appare un miracolo agli ispettori sembra quasi una corte dei miracoli, un mondo irregolare di transazioni scadenti in luoghi sordidi.
Un valore da riconoscere. In questo contesto di attacco le palestre popolari sperimentano così la necessità di narrare all’esterno, ma anche a se stessi, la specificità del proprio percorso, di definire ulteriormente la specificità della loro proposta. Non è facile anche perché ciò che scorre nello sport popolare per certi versi è un cocktail i cui ingredienti non sono stati tutti introdotti intenzionalmente dai cosiddetti erogatori del servizio. Nel corso di un ventennio di sperimentazione sul campo, l’esperienza di tanti professionisti si è intrecciata a quella di allievi-atleti e a quella degli attivisti degli spazi sociali stessi. Proprio in questo intreccio che sono sparsi gli ingredienti di una miscela del tutto particolare che dà un sapore e valore ulteriore al servizio sportivo messo in piedi dagli e negli spazi sociali. Anche per questo, l’ultimo capitolo di questa storia popolare potrebbe essere interessante leggerlo dal punto di vista di chi frequenta gli spazi.
Certo ognuno ha la sua storia, il suo percorso, la sua esperienza, tuttavia in genere chi frequenta una palestra popolare non è che acquista a meno la stessa cosa che troverebbe in una palestra normale, chi frequenta una palestra popolare sente di partecipare man mano a qualcosa di diverso. L’esperienza della palestra popolare negli spazi sociali, confrontata con quella vissuta nelle palestre tradizionali, paradossalmente è sentita da molti di coloro che ne hanno attraversato la storia da “fruitori” non solo come un’opzione di tutto valore, pur con tutte le sue possibili difficoltà sul piano materiale, ma addirittura come una opzione dotata di un valore ulteriore, che si costruisce quasi per cerchi concentrici, dal rapporto con l’insegnante, al gruppo con cui si fa sport, al dopo palestra, alla partecipazione a vari gradi alle attività dello spazio, alle iniziative di trasformazione del territorio. Diverse sfere unite da un fil rouge, un denominatore comune che può essere la cura attiva del benessere, un benessere che è collegato alla trasformazione di sé e delle cose intorno a sé. Fino a investire lo spazio pubblico delle relazioni.
Ma andiamo con ordine. Partiamo da chi frequenta le attività sportive.
Atleti: fruitori in modalità attiva. Nel caso dello sport, chiamarli fruitori è in effetti già sviante: negli spazi sociali, anche se sono alla loro prima lezione, sono denominati “atleti”. Per evidenziare che ci si rivolge a persone che, facendo sport, sono coinvolti in un percorso di trasformazione di sé, per migliorare una performance. Un soggetto che deve svolgere una prova, non deve solo prendere, non è solo fruitore, ma è chiamato a fare, deve gestire un cambiamento e come tale necessita di attenzione da parte degli altri (istruttori, compagni, attivisti), occorre prendersene responsabilmente cura, nonostante le limitazioni contingenti degli spazi.
Se vai a vedere l’esperienza formativa dell’atleta-frequentatore dello spazio si compone appunto del rapporto con l’insegnante, con il gruppo nella palestra, e con il resto delle caratterizzazioni dello spazio che ospita lo sport. E’ un percorso diverso per ognuno, sì, ma per non incasinarsi troppo lo si può provare a raccontare per passi successivi (anche se nell’esperienza si intrecciano in modi sempre diversi) : il gruppo, lo spazio sociale e le sue attività, l’esterno. Partiamo dal gruppo e riprendiamo alla fine il rapporto con l’insegnante.
Il gruppo. Il gruppo se vai a vedere è sempre composto da persone che in modo o in un altro un approccio popolare in un contesto che si vuole antifascista, antirazzista, antisessista lo hanno scelto (o comunque non lo hanno disdegnato). E ricercano (o comunque non disprezzano) questi valori anche nelle pratiche di apprendimento e di condivisione della disciplina. Nel gruppo di atleti c’è insomma una sorta di auto-selezione in ingresso che fa incontrare persone prima sconosciute che, nella differenza dei loro percorsi di vita, si accorgono di non condividere solo l’interesse nella pratica sportiva ma anche verso valori e pratiche per interpretare attivamente le relazioni. Facendo sport i componenti del gruppo scoprono cioè una relazione di affinità da scoprire e curare. E’ così ad esempio che anche negli sport di sfida, ad esempio, l’avversario continua a essere il compagno con cui sto facendo sport, con cui condivido un percorso di crescita e cambiamento insieme. Non si tratta di “buonismo” o di retoriche vuote perché è un rispetto concreto e non ideale quello che hai per una persona di cui sai come si chiama e quello che fa il giorno dopo.
Socialità fuori dalla palestra. Puoi scoprire nel tempo chi sono i tuoi compagni di percorso, cosa fanno nella vita, cosa poter fare insieme, anche perché la pratica sportiva si svolge in un contesto particolare in cui non è irrilevante la possibilità di rimanere a chiacchierare prima e dopo essere usciti dalla palestra. Negli spazi sociali in effetti non sei indotto a togliere il disturbo perché non consumi. In questo modo è concretamente molto più facile venire a sapere di volta in volta qualcosa in più delle storie e delle attività degli altri, dell’insegnante… ma anche dello spazio sociale stesso.
Lo spazio recuperato. Lo spazio sociale sottratto all’abbandono e autogestito potrebbe sembrare ad alcuni osservatori esterni l’elemento più fragile della miscela invece per altri potrebbe rappresentare forse l’ingrediente più importante. Per certi versi infatti la fatiscenza recuperata incuriosisce. Anche l’atleta che ci mettesse piede per la prima volta, anche per caso, sarebbe incuriosito dalla quantità e dalla qualità delle attività che si svolgono, e lo sarebbe forse proprio perché nota via via le difficoltà materiali in cui ci si barcamena e con cui ci si ingegna. In quella quasi-fatiscenza, si riconosce qualcosa che brilla, una scintilla fragile ma di cui la cooperazione di chi vive quello spazio sembra prendersi cura. Dal punto di vista del fruitore lo spazio occupato sarà anche fatiscente ma è autogestito e attivo, si nota un recupero partecipato e in progress. Nelle palestre un giorno arriva la doccia, la stufa, fino a che si sta sempre meglio. Anche come frequentatori si può arrivare così a sentirsi co-responsabili di uno spazio che si auto-organizza per sottrarsi all’abbandono. E per questa via che molti giungono a mettersi anche in gioco attivamente per il miglioramento dello spazio, passando dalla tuta sportiva alla tuta da lavoro, scoprendo il gusto di dire questo l’ho fatto io, questo valore l’ho prodotto io, anzi l’abbiamo prodotto insieme per stare meglio e poter fare ancora più cose con più agio.
Le attività dello spazio. La frequentazione del luogo si intreccia ovviamente con la scoperta di tanti altri elementi, che includono la conoscenza della storia del posto e delle sue attività. Giorno per giorno scopri che ci sono cose nuove, nuove proposte di attività culturali, il mercato etc. Ti può venire lo sghiribizzo di saperne di più. Di chiedere, di affacciarti a gestione e capire meglio l’organizzazione. I frequentatori si rendono pian piano conto che gli spunti di attività riportati da volantini, flyer, eventi facebook etc. sono collegati a una rete di proposte sia interna che esterna . Infatti oltre agli eventi direttamente organizzati, concerti, mercati equi e solidali, iniziative di approfondimento culturale ci sono eventi e attività lì ospitati, organizzati da associazioni o gruppi informali che tentano di non subire le trasformazioni circostanti ma di viverle attivamente.
Rispetto a tutte le iniziative che animano lo spazio sociale, l’esperienza del frequentatore può andare man mano oltre quella di fruizione e nei diversi ambiti in cui passa fino a potersi sentire sempre più a suo agio nel dare una mano, nel portare idee e proposte concrete.
Dalla frequentazione co-responsabile alla partecipazione attiva. E’ così che non pochi atleti contribuiscono allo spazio non solo con le proprie quote di iscrizione ma con la partecipazione attiva alla cura e allo sviluppo dello spazio, con attività di manutenzione ma anche di miglioramento. O anche partecipando e proponendo attività ulteriori in base alle proprie inclinazioni e competenze. Nello spazio sociale gli atleti (studenti universitari, lavoratori, attivisti, neolaureati, dottorandi, precari, studenti Erasmus, professionisti in vari campi, pensionati, persone di età diverse e con diversi ambiti di esperienza) non sono insomma solo sportivi ma possono trovare spunti di diverso tipo, che consentono di mettere in gioco in modo attivo anche altre parti di sé. Non è cosa da poco. Nella frammentazione del contesto sociale e nella precarizzazione dell’esperienza lavorativa e dell’uso sensato delle competenze formate, gli spazi sociali si pongono come opportunità di recupero e rigenerazione attiva sul territorio non sole delle strutture fisiche abbandonate ma anche delle relazioni sociali per poter vivere attivamente e non subire le trasformazioni in corso. Servizi e opportunità mancano o costano troppo? Allora ce li autorganizziamo. In questo modo i partecipanti possono provare a incidere anche sul territorio circostante, per il miglioramento della qualità vita.
La cura partecipata del benessere. Dunque la palestra popolare può essere anche un veicolo per l’attivismo? Sicuramente per la co-responsabilizzazione. Fino ad arrivare, per chi vuole, alla partecipazione e alla attivazione di proposte. I percorsi di coinvolgimento sono vari e infiniti. Se si va a vedere, rispetto alla militanza tradizionale, questo modo di vivere le attività e la socialità è caratterizzato sin dall’inizio non dal sacrificio ma dal piacere di stare e fare insieme, nel condividere una esperienza di apprendimento e di sperimentazione pratica.
Per semplicità le varie opzioni a disposizione del frequentante sono state messe in fila per cerchi concentrici: la pratica sportiva, il gruppo di sportivi, lo spazio di socialità, le iniziative e le attività interne ed esterne allo spazio. Sono tutte cose diverse, ma vissute da chi entra con lo sport potrebbero sembrare tutte opzioni ulteriori, per cerchi concentrici appunto, immerse nella socialità attiva, su cui costruire benessere, un benessere a tutto tondo in cui si mette in gioco praticamente l’idea di sé, delle proprie possibilità e del modo di vivere il contesto circostante.
E gli istruttori? Certo le competenze degli istruttori sportivi, se consapevoli di tutte le potenzialità dello sport negli spazi sociali, sono ancora più complesse. Perché rispetto a quei cerchi concentrici si fanno per certi versi interpreti e veicolo. I professionisti in questi spazi difficilmente possono limitarsi a fare quello che in brasiliano si direbbe “caca e anda”, ovvero a offrire le loro lezioni a pagamento senza relazionarsi al percorso generale dello spazio sociale. Quello dell’istruttore sportivo nelle palestre popolari è parte di un lavoro sociale e territoriale di livello, con insegnanti preparati ad includere e accogliere tutti, gestendo consapevolmente varie dinamiche. Preparati a intrattenersi con le persone e condividere socialità oltre lo sport, a raccontare lo spazio, le sua storia le sue attività. A raccontare una proposta che per la sua complessità può attrarre gente di quartiere , studenti e professionisti preparati in campi diversi che entrano con lo sport ma possono vivere anche le altre iniziative, fino a diventare sostanzialmente attivisti, capaci di fare proposte, di dare contributi. Si tratta di atleti e cittadini che che simpatizzano per i valori di antifascismo, antirazzismo e antisessismo, e che intendono sperimentarli concretamente. Quello che mettono in gioco è una ricerca di benessere insieme agli altri. Che parte dallo sport. Non sono semplicemente fruitori quando si sentono co-responsabili di un percorso. E quando dalla co-responsabilità passano a contribuire al percorso e a fare proposte. A costruirle.
La civiltà dello sport popolare. E dunque rieccoci qui, nel 2018, nella fase di attacco alla irregolarità allo sport popolare, di criminalizzazione della sua offerta fatiscente come concorrenza sleale, gli spazi sociali dopo un ventennio di sperimentazione, iniziano a scorgere un po’ meno confusamente le caratteristiche della miscela messa in campo. Quello che è un contesto fatiscente, deficitario non è il contenitore di un servizio ma è in realtà uno spazio pubblico di gioco in cui sperimentarsi e sperimentare. In altre parole quello che si condivide e che si sviluppa nelle palestre popolari negli spazi sociali (fino a toccar il territorio circostante e la città) può essere coscienza non fatiscenza. Un ambito di relazioni in cui il benessere è interpretato non come una merce da acquistare ma come un bene comune, anzi un ben(esser)e comune.
Si tratta di una attitudine auto-organizzativa che investe lo spazio pubblico? Dei semi di un civismo che prefigura un welfare comunitario lì dove le istituzioni appaiono invece ritirarsi, abbandonando sempre più spazi? Se fosse così sarebbe una bella sorpresa per chi pensava lo sport popolare e gli spazi sociali come una sorta di elemento parassitario che nelle città succhia abusivamente risorse, sottraendole all’uso pubblico. Sarebbe ben altro, sì. Ma per renderlo più evidente, il racconto della civiltà dello sport popolare, del suo valore civico, richiede ancora più voci per uscire fuori e non rischiare di rimanere flatus voci, vox populi di una civiltà che rischia di essere sommersa.
(a cura di Piero Valentini)
