La città verde
Roma è il più grande comune agricolo d’Italia. La superficie destinata ad attività di coltivazione e zootecnia ammonta a circa il 50% della superficie del suo territorio, una grande risorsa ambientale, culturale ed economica (2656 aziende, con un trend positivo; ca. 7000 addetti che raddoppiano se si assommano gli addetti delle industrie agroalimentari di trasformazione: dati ISTAT 2010) costituita da ciò che rimane delle storiche ripartizioni del Suburbio e dell’Agro Romano. I grandi latifondi, in cui queste parti di territorio furono organizzate per secoli, di proprietà delle grandi famiglie e di enti religiosi, erano caratterizzati da un territorio malarico la cui inabitabilità ha in qualche modo preservato quella immagine della campagna romana resa celebre dai grandi vedutisti ottocenteschi e dai viaggiatori del Grand Tour.
Intorno all’abitato si estende ancora oggi un vastissimo territorio costituito da aree verdi agricole 20 delle quali sono tutelate come Parchi, Riserve Naturali regionali o statali. Tali aree, collocate prevalentemente a sud e ad ovest della città, sono gestite direttamente dalla Regione Lazio (5) o tramite Roma Natura, l’Ente Regionale per la Gestione del Sistema delle Aree Naturali Protette nel Comune di Roma (15). Hanno dimensioni che oscillano tra i 40 ettari circa del Monumento Naturale di Galeria Antica ai più di 6000 della Riserva Naturale di Decima Malafede. Alcune si estendono oltre i confini comunali, altre travalicano anche i confini provinciali.

Grandi cunei verdi che dai confini estremi si avvicinano alla città, penetrando l’abitato anche fino al centro storico, oltre le mura, fin sotto il Campidoglio come nel caso del Parco Naturale Regionale dell’Appia Antica. Brani di questi territori, quelli dove maggiormente si addensano testimonianze archeologiche e valenze storico-culturali, sono stati trasformati negli ultimi decenni in grandi parchi pubblici, o in veri e propri musei all’aperto.
A questi cunei produttivi e/o naturalistici fa contrappunto la corona di ville storiche che si estendono al di qua e al di là delle mura per molti tratti del circuito aureliano e lungo alcune direttrici. Sono le ville di delizie, gli orti e le vigne urbani e suburbani, le dimore nobiliari, espropriati, donati o acquistati dal Comune nel corso degli anni, fragili gioielli, patrimonio culturale di ingentissimo valore dal punto di vista storico, architettonico e artistico che, con molta difficoltà e in molti casi a scapito della tutela, riescono a svolgere le molteplici funzioni che l’attuale visione del verde pubblico impone loro. A differenza delle grandi capitali europee, infatti, che nel corso del XIX secolo hanno ripensato le città per le nuove necessità imposte da normative di igiene e le nuove funzioni richieste dalle classi sociali in ascesa, anche sotto l’aspetto del verde pubblico Roma non ha espresso in età post-unitaria una progettualità significativa, tranne che per le grandiose sistemazioni del Pincio e del Gianicolo.
Per tutto il ‘900, ad eccezione della parentesi costituita dalle importanti e raffinate realizzazioni condotte da Raffaele De Vico nei siti archeologici e nuovi quartieri urbanizzati e da Antonio Muňoz, la progettazione del verde si è limitata ad alcune sistemazioni in spazi di risulta o, ancor più spesso, è stata impostata come un semplice problema di rispetto di indici urbanistici, con una piantumazione massiccia di alcune aree e la loro dotazione di alcuni elementi funzionali (giochi bambini, percorsi salute ecc.).

Molto più interessante è il fenomeno che sta caratterizzando gli ultimi anni: la riappropriazione degli spazi vuoti e abbandonati da parte dei cittadini, con azioni di politica attiva per il recupero di spazi urbani marginali e degradati, anche con la pratica degli orti urbani e giardini condivisi. Non-luoghi, come alcune aree a ridosso delle linee ferroviarie destinate per loro natura a non essere vissute, a rimanere spazi vuoti “di rispetto” e sicurezza, sono stati ricompresi nella città, riqualificati e vissuti, come anche alcuni spazi vuoti rimasti tali, in maniera occasionale e irrazionale, tra le nuove costruzioni. Spazi di risulta “adottati”, azioni simbolico dimostrative di gruppi organizzati che creano in una notte un giardino dove prima c’era solo abbandono, ma anche e soprattutto luoghi abbandonati che da vuoti, esclusi dalla vita quotidiana, sono stati riportati a nuova vita con operazioni spontanee che, dall’oblio in cui erano stati relegati, hanno condotto gli spazi ad un nuovo significato di bene comune come nel caso del Parco delle Energie nell’area dell’ex-SNIA, fabbrica abbandonata con ampi spazi aperti, che avrebbe dovuto essere distrutta per far posto ad una ennesima operazione speculativa e nella quale invece è “nato” un lago, un lago vivo difeso strenuamente dalla popolazione e divenuto negli anni luogo di sosta di molte specie migratorie.
