La filiera da torcere
E’ possibile accorciare la filiera lunga dei grandi distributori?
di Clara Archibugi
Una “S” gigantesca, che sovrasta le altre lettere: è il novembre del ’57 e a Milano, in una ex officina in viale Regina Giovanna, un’insegna inaugura il primo “Supermarket”. È il primo punto vendita della prima catena di supermercati in Italia. L’insegna è disegnata da Max Huber, che poi diventerà un celebre designer: la parte superiore della “esse” si allunga fino a ricoprire tutte le altre lettere – ed è una esse talmente lunga che diventerà presto un’Esselunga. Un logo così vistoso ed efficace che, oltre a dettare il nome di un’impresa, arriverà a condizionare una buona parte dell’immaginario degli italiani sul marketing dei supermercati.
Sul piano sociale, è una novità importante. Le donne hanno sempre più accesso al mondo del lavoro, e il supermercato risponde e rende possibile sostenere i nuovi ritmi frenetici, rispetto ad un’attività – la spesa – che prima aveva bisogno di un impegno quotidiano. La gestione dei generi alimentari (l’acquisto, l’organizzazione, la preparazione, la conservazione) che prima costituiva una ampia fetta del lavoro domestico, viene così semplificata e un po’ di quel tempo viene “salvato”.
Siamo in pieno boom economico, e in quegli anni si diffonde in maniera capillare il frigorifero, l’innovazione tecnologica che consente la conservazione più duratura dei prodotti alimentari, e la televisione, che rende possibile invece la diffusione della pubblicità in tutte le case. Quella relazione di fiducia che prima si instaurava tra casalinga e negoziante, viene sostituito proprio dalla pubblicità, trasformandosi in un rapporto passivo tra telespettatore e marca. Frigorifero e televisione: è nella combinazione di queste due tecnologie che avanza in maniera inesorabile la Grande Distribuzione Organizzata, ovvero quei sistema di vendita al dettaglio tramite le reti di supermercati che, attualmente, gestiscono il 70% della distribuzione alimentare. Un cambiamento che rovescia totalmente non solo le modalità di vendita, ma anche le abitudini alimentari: basti pensare alla carne, che diventa un piatto sempre più “accessibile” fino a divenire una presenza quotidiana in molte delle nostre tavole.
Di conseguenza, anche la filiera comincia ad allungarsi e a contorcersi. I punti vendita si concentrano su superfici sempre più grandi, e alcuni supermercati sono talmente super da diventare ipermercati. Il cibo va letteralmente in pasto alle multinazionali e alle GDO, che detengono il controllo quasi totale delle filiere. Le condizioni di acquisto dei prodotti dettate dalle GDO, che avvengono tramite aste a ribasso, non sono sostenibili sotto molti aspetti, tra cui quello ambientale, e, prevedibilmente, sono tutte a scapito dei lavoratori (QUI un’inchiesta di internazionale di Fabio Ciconte e Stefano Liberti). I piccoli produttori vengono spazzati via, non hanno spazio in questa logica di mercato a ribasso, che tiene i prodotti ben al di sotto del loro valore effettivo. A farne le spese sono innanzitutto i lavoratori, sempre più sottopagati; emerge il fenomeno del capolarato, questa figura intermediaria, il caporale, che in maniera illecita si colloca tra lavoratori ed imprenditori agricoli, percependo una tangente; la salute dei consumatori viene relegata all’ultimo posto, i prodotti sono sempre meno di qualità, la terra e l’ambiente vengono sfruttati in maniera incondizionata per ottenere la massima resa (sono ormai celebri le spietate dosi di pesticidi, ormoni, antibiotici che vengono somministrate a seconda della tipologia di “merce”) come anche i costi in termini ambientali dovuti ai lunghissimi trasporti.

Oggi, districarsi nella filiera alimentare è un bel rompicapo. Entrare in un supermercato e cercare di capire la provenienza dei prodotti e dei chilometri che hanno percorso, cosa è successo dal campo allo scaffale, è un’operazione che richiede tempo, pazienza, e, nella maggior parte dei casi, le informazioni sono del tutto irreperibili. Tra braccianti e produttori agricoli, imprese di trasformazione, gli imballaggi, le etichette e i bollini, gli sconti e le offerte (perché anche il vil denaro ha una sua parte): incappiamo in vero e proprio labirinto. A titolo di esempio si potrebbe citare il pomodoro (QUI una dettagliata inchiesta dall’emblematico titolo “Filiera sporca”): fino al mese scorso, nel caso di polpe, passate e pelati non era obbligatorio indicare la provenienza dei pomodori impiegati. E stiamo parlando di uno dei prodotti che subisce meno trasformazioni: se immaginiamo di poter risalire alla filiera dei sughi pronti, dei concentrati e delle salse stiamo ancora più in alto mare. Dal punto di vista delle strategie di marketing c’è una vera e propria polarizzazione: da una parte le pubblicità che insistono sui prodotti sottocosto,attinenti al variegato spettro dei discount, dall’altra il mito del bio in tutte le sue declinazioni (ormai un vero e proprio business che ha davvero poco a che fare con la qualità dei prodotti): un divario crescente riassumibile nel motto “dimmi cosa mangi e ti dirò di che classe sociale sei”. Nel caso del biologico, poi, si demonizzano a seconda del caso varie tipologie o processi alimentari, che vanno dall’olio di palma, alle calorie e gli zuccheri raffinati, criminalizzazioni spessi prive di alcun fondamento, ma che hanno l’effetto di farci fuorviare l’attenzione dal nodo centrale: quello della filiera e della provenienza del cibo che mangiamo.

Roma è attualmente tappezzata di manifesti pubblicitari della Esselunga, che ha da poco aperto il suo primo punto vendita nella capitale, tra la Prenestina e la Togliatti. Un momento importante, dato che sinora era rimasta sempre relegata nel nord Italia. La campagna esibisce verdure e cibo con l’aspetto delle faccine sorridenti che utilizziamo nei social network. Una rappresentazione emblematica del nostro tempo, che mette insieme l’immediatezza dei nuovi media e la frenesia del consumo alimentare. A guardare quelle faccine, viene da pensare che la strada da percorrere per superare il supermercato è ancora lunghissima. Eppure alle GDO sono nate e continuano a moltiplicarsi delle alternative, senza dover per forza diventare degli incorruttibili idealisti o degli eremiti metropolitani: sono esperienze che ripartono dai territori, ricercando e rivendicando, su scale diverse, il principio di sovranità alimentare, ovvero quel diritto dei popoli di poter decidere del proprio sistema alimentare e produttivo. Economie informali che, a livello locale, producono mercati alternativi alle GDO e alle multinazionali. E non si tratta di azioni che rimangono confinate localmente: abbiamo visto che sono in grado di produrre campagne internazionali (emblematici i movimenti stop TTIP e Stop Ceta) che hanno inciso o stanno provando a incidere sull’economia globale. Più spesso sono piccole esperienze che non fanno rete tra di loro, o non in maniera sufficiente, ma ci sono, sono sparse nei nostri territori e continuano a moltiplicarsi nelle città. Nell’inserto mappa di questo numero abbiamo provato a raccoglierne alcune, per fare una prima mappatura nel VII municipio (ed oltre). Movimenti dal basso che si articolano in osterie popolari, Gruppi d’Acquisto Solidale (vedi articolo specifico), mercati alternativi e indipendenti (idem), orti urbani (vedi numero scorso): piccole tappe che nelle pratiche quotidiane portano a una maggiore consapevolezza e capacità di scelta critica sul cibo, in tutti i suoi aspetti. Pratiche che messe insieme possono incidere e portare ad un cambiamento, per cominciare a risalire al filo della filiera.
