“Il cibo senza cibo”. Per una Mappa della Memoria della Seconda Guerra
Nel numero zero avevamo già pubblicato una testimonianza connessa ai fatti della II Guerra Mondiale, con un estratto di una conversazione (Osvaldo Primavera, ultraottantenne allora deportato in Germania) rilevata durante un walkabout che rievocava la Liberazione di Roma.
In questo numero 1 dedicato al “Cibo come fattore sociale” abbiamo tratto qualche frammento di un’intervista, da un video realizzato durante un’attività coordinata da Stefania Stabile nel 2011 per conto della Provincia di Roma e l’Associazione Culturale Good Morning Roma. Era una mostra con un titolo che consideriamo emblematico “Il quartiere come museo”.
Si tratta di un approccio che rilancia le potenzialità di auto-organizzazione e consapevolezza delle comunità, per iniziare a leggere il territorio alla ricerca del “paesaggio umano”.
Proprio su questi aspetti, come Urban Experience, stiamo operando costantemente quando parliamo di “performing media storytelling” (quando la narrazione si sviluppa attraverso l’uso dei media radiofonici e web, “con i piedi per terra e la testa nel cloud”) e di “Museo Dappertutto” (quando la memoria si va a rilevare non solo nelle istituzioni museali o bibliotecarie ma per le strade e nei cortili dei condomini o nelle vetrine dei negozi). Quando si “inciampa” nella realtà, camminando per le strade e incontrando le persone, come suggerì un ragazzo del Quadraro.
In tal senso abbiamo approntato un progetto strategico, nell’ambito di ContemporaneamenteRoma Capitale una WalkOttobrataWeek con esplorazioni partecipate (i walkabout) e mappe esperienziali in cui “scrivere storie nelle geografie” dei tanti quartieri e rioni che abbiamo attraversato con le 28 azioni de “Lo spettacolo della città” dal 19 al 26 ottobre.
Storie – come questa di Marisa Graziani, intervistata dagli studenti coordinati da Stefania Stabile – che entreranno a far parte di questa mappa della Memoria del Tuscolano che abbiamo impostato come cantiere creativo e “nomade” di geoblogging il 23 ottobre a SCUP, un momento di laboratorio espresso da Urban Experience con ALT Giornale Partecipato.
Le mele! Le mele!
Suona l’allarme, era un rumore impressionante.. scappiamo da casa. Mia madre aveva sempre con sé, come tutte le massaie avevano allora, una borsa in pelle a quadri neri e marroni che era piena di rifornimenti cioè acqua pane e marmellata, quello che si poteva avere. Tieni presente che allora la marmellata si faceva con i pomodori verdi rossi gialli. Oggi ci sono le ricette ma ieri si facevano con quello che trovavi, ci mettevi un po’ di zucchero e via.
Quindi noi da piazza Tuscolo andiamo a piazza Tarquinia che sono 100 metri e lì c’è la scuola Margherita di Savoia e lì c’era il rifugio.
Mia madre entra dentro con i miei due fratelli, ma io che vedo il mercato che era vuoto ma i banchi erano pieni e, dicevo prima, che io avevo un vestitino bianco tutto arricciato .. io non so perché ma sono andata verso questo banco e ho tirato su il vestito e ho cominciato a metter su mele limoncelle (una mela autoctona dell’Italia centro-meridionale, ndr), mele e mele.
Quando sono uscita dal mercato, c’era in atto lo spezzonamento. Io non sapevo cos’era ma ho visto che c’erano due feriti. Fuoco per terra. Perché quando cade lo spezzonamento fa prima fuoco per terra … allora ho capito che ero veramente in pericolo. Ero preoccupata veramente anche per mia madre, allora io con i miei zoccoletti perché noi veramente i soldi per le scarpe non ce li avevamo .. quindi io andavo con i miei zoccoli che quando si consumavano, potevi rasarli così potevi stare in equilibrio. Quindi io entro nel rifugio e cerco mia madre, ma nel rifugio non c’era luce.. io cerco mia madre al buio, l’ho cercata, l’ho trovata. Ne ho prese di santa ragione perché io ero sfuggita alla sua vigilanza, io continuavo a gridare “mele, mele” e giù schiaffi finché mia madre mi ha chiesto “cosa so’ ‘ste mele?”, faccio io “eccole” e tutti se le son prese. Così io son rimasta con una meluccia e gli altri se le son prese tutte. Questo è uno stato d’animo che poi successivamente ho capito: il valore della vita. L’importanza della serietà, l’importanza della uguaglianza, l’importanza della pace. Non dire che sono retorica perché questa è la pura verità: io la fanciullezza non l’ho vissuta. Mi sono trovata a essere subito grande (…)
Le fave con le bucce delle fave
Il 13 agosto è stata una delle giornate più brutte per quanto riguarda via Tuscolana, Villa Fiorelli dove ci sono stati parecchi danni alle costruzioni. Noi andammo là e vedemmo le macerie. Quello che mi è rimasto impresso è un filo con attaccati dei panni di un piccino tra la polvere e i mattoni. Noi pensavamo che questo piccolo non ce l’aveva fatta.
Mio padre era ancora latitante perché era un partigiano e quindi è rientrato molto tardi, nel 1944. Sono cose che rimangono impresse tutta la vita. Io avevo 9 anni e dovevo fare la comunione, siamo andati in chiesa io mia madre, mia sorella e il fratello piccolo perché i maschi della famiglia erano tutti imboscati. (…)
Oggi noi siamo molto ricchi perché ci permettiamo di buttare il cibo nell’immondizia. In tempo di guerra non c’era cibo. Si cuoceva qualche patata se si trovava al mercato. Si compravano al tempo delle fave e queste si cuocevano da una parte dall’altra le bucce delle fave. Il mangiare era pochissimo, infatti allora non c’era bisogno della dieta ma eravamo tutti magri. Se pensi che io a 18 anni ero talmente magra che pesavo 38 chili. Con tutto ciò mia madre si è venduta l’oro, gli abiti, un pochino d’argento e qualche gioco che mi aveva fatto molto tempo prima quando ero piccina, ha venduto per andare a comprare qualcosa alla borsa nera. La borsa nera è la cosa più scabrosa che abbiamo vissuto, perché se avevi 5 lire potevi comprare una ciriola, non è una parola in dialetto ma allora con una ciriola cioé con 250 grammi ci mangiavamo in 4. Loro si arricchivano e noi eravamo sempre più poveri (…)
(Repertorio adattato da Patrizia Borghetti)
