“Appio Latino Tuscolano”: finalmente uno strumento per la valorizzazione

(di Redazione) Recensione del nuovo libro di Paolo Montanari “Appio Latino Tuscolano. Alla luce delle più recenti scoperte” Europa edizioni, 2017. 

Fornire alle amministrazioni e agli enti competenti uno strumento utile per programmare ed orientare eventuali scelte urbanistiche, architettoniche e di valorizzazione paesaggistica. Risvegliare, al tempo stesso, l’attenzione di residenti e turisti verso la storia dell’attuale VII Municipio di Roma Capitale. Sono queste le finalità della Guida di Paolo Montanari, Appio Latino Tuscolano. Alla luce delle più eclatanti scoperte, edita da Europa Edizioni (Roma 2017), con il patrocinio dell’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica, che è stata presentata nel Casale Ristoro del Parco di Torre del Fiscale il 22 dicembre 2017. Nel corso dell’evento, con la moderazione del giornalista Piergiorgio Mori, sono intervenuti il prof. Giorgio Ortolani, docente di Storia di Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre, l’archeologo Franco Tella, il geologo Daniele Mari, gli archeologi Elena Gabriella Lorenzetti e Claudio La Rocca, lo studente in Storia dell’Arte Simone Perrotti, la poetessa Patrizia Pallotta e lo storico Pierluigi Amen.

 

Il ruolo viario di primo piano della via Latina, sovente passato in sordina poiché schiacciato dalla più imponente immagine dell’Appia Antica, è stato uno dei motivi cruciali dell’intervento di Giorgio Ortolani, il quale, soffermandosi sui paesaggi incontrati da chi già nel VII secolo intraprendeva da Roma un viaggio verso la Campania, ha messo in risalto la «polifunzionalità delle strutture archeologiche allineate lungo la via: da complessi funerari, a ville con impianti termali, a locande disposte a intervalli più o meno regolari (mansiones o stationes), fino ad ostelli e posti di cambio (mutationes), che potevano fornire ad un viaggiatore lo stretto necessario, vale a dire qualcosa da mangiare, un bagno caldo, un letto e un cambio di animali o di veicolo». Giorgio Ortolani, ciononostante, non si è limitato ad approfondimenti di carattere archeologico, ma, prendendo spunto dai numerosi riferimenti nel Vademecum circa le realizzazioni di architettura contemporanea nel VII Municipio, ha accennato ai progetti di Adalberto Libera, come ad esempio quello del Cinema Airone in via Lidia 44, «la cui sala – ha spiegato – è pensata per avvolgere lo spettatore come se si trovasse dentro uno strumento musicale», o di Vittorio Ballio Morpurgo, che lungo via Corfinio 12 ideò, nel 1924, un immobile residenziale liberamente ispirato ai modelli delle insulae romane, che si distinguesse per un forte senso dell’ornato. I rilievi di Cerere (bellissimo quello sopra il portale), Icaro e Dedalo – ha proseguito il Professore – suggeriscono un nesso ideale tra l’ardire dell’ingegno umano, il mondo del lavoro e i frutti della terra ricordati nella festa di s. Giovanni.

I monumenti classici dell’Appio Latino Tuscolano sono stati, poi, il fil rouge della relazione dell’archeologo Franco Tella, che ha riservato ampio spazio ai tesori inestimabili della pittura funeraria della media e tarda età imperiale che si conservano nei limiti del rione in esame. Sono stati di recente riaperti al pubblico gli apparati decorativi dei sepolcri dei Valerii e dei Pancratii. Il primo – ha sottolineato Tella – presenta ancora un eccellente apparato ornamentale, che consta di una foderatura con marmi sulle pareti e di un ricco programma di rilievi a stucco, bianchi, sul soffitto, dominati da una figura femminile velata trasportata verso il cielo sul dorso di un grifone. «Il secondo invece – ha aggiunto Tella – stupisce per la presenza, nella camera sepolcrale, di un enorme sarcofago bisomo, che viste le sue dimensioni mai avrebbe potuto essere posto lì dopo la costruzione del monumento». Perfettamente conservata la policromia (rosso, blu, violetto e giallo) delle scene sulla volta, ispirate alla mitologia greca, come quella del Giudizio di Paride. Loro temi dominanti sono la fedeltà coniugale e il trionfo sulla morte. Dà lustro inoltre all’Appio Latino Tuscolano l’accattivante rappresentazione, nell’Ipogeo di Trebio Giusto, del cantiere della costruzione di un muro; nell’affresco di distingue un team di operai, chi visto nell’atto di portare i mattoni freschi di officina in un cesto di vimini, chi di impastare la malta a terra.

 

Il pomeriggio di Tor Fiscale ha poi previsto, dopo i due interventi che hanno tracciato un quadro delle principali novità della Guida, una sezione ad hoc riservata ad esperti, universalmente scelti tra tutte le discipline maggiormente caratterizzanti del volume, che hanno dato il proprio contributo alla folta platea.

Ha rotto il ghiaccio Daniele Mari, geologo. «La creazione del paesaggio», con queste parole Mari ha introdotto la sua relazione su come il territorio Sud/Sud Est di Roma si sia plasmato grazie all’attività vulcanica del distretto vulcanico dei Colli Albani. Dopo le prime attività telluriche – il che è stato messo in risalto attraverso eloquenti slide – cominciò a formarsi il cosiddetto Vulcano Laziale (fino a 350.000 anni fa), cui si dové una forte produzione di colate piroclastiche che hanno dato origine a una caldera di diametro superiore a 10 chilometri. Seguirono una seconda fase, riconducibile all’epoca di Monte Cavo (da 350.000 a 200.000 anni fa), che produsse tra le colate più famose quella che oggi chiamiamo “di Capo di Bove”, poiché si arrestò vicino al Mausoleo di Caecilia Metella, con decorazioni a bucranio. Terza, ma non ultima fase (poiché il distretto vulcanico oggi è solo in fase di quiescenza), è quella detta “freatomagmatica” (da 200.000-20.000 anni fa), derivante dall’interazione di fluidi acquosi e magma delle viscere della terra.

 

Argomento del secondo intervento, quello di Elena Gabriella Lorenzetti, con consolidata esperienza nel campo della ceramica d’età romana, è stato l’uso delle anfore olearie (tipo Dressel 20) nella costruzione delle volte presso la “Villa delle Vignacce” nel Parco degli Acquedotti. Esse servivano per l’alleggerimento delle murature. «La scelta di tali anfore – ha spiegato la Lorenzetti – non è stata evidentemente casuale, vista la coerenza di un unico tipo anforico, ma dovuta sia alla resistenza del contenitore, che alla sua larga disponibilità». L’elemento più incisivo del suo contributo è stato, tuttavia, aver constatato che questa tecnica edilizia, proprio nel sito lungo l’antica via Latina, fosse già impiegata a Roma nell’età di Adriano, contrariamente a quanto si legge nei manuali di edilizia antica, che lo pongono tra la metà del III e il IV secolo d.C.

 

Finalmente svelato, poi, il mistero delle strutture archeologiche sepolte sotto il Mercato di piazza Epiro. Avendo seguito le indagini in corso d’opera, l’archeologo Claudio La Rocca ha illustrato quanto rinvenuto nel punto in cui la piazza dà origine a via Licia. «Ad una quota di 24,50 metri sul livello del mare – ha precisato La Rocca – è stato rinvenuto un insediamento rustico con continuità di vita dalla seconda metà del IV al V secolo d.C.». Un abbandono improvviso del sito potrebbe essere stato causato da fenomeni alluvionali, in qualche modo favoriti dalla presenza lungo le Mura Aureliane della Palus Decenniae.

 

Una chicca, da troppo tempo e da troppi ignorata, è stata riportata alla luce dal giovane studente in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico e Archeologico presso l’Università di Roma Tre, Simone Perrotti. Parliamo dell’affresco di s. Maria ad Transitum, anche denominata in Palmis, che si trova nell’altare della chiesa del Domine, Quo vadis? lungo il II miglio dell’Appia Antica. Nell’opera la Madonna in questione tiene in mano il piede del Bambino, ammiccando al passante l’episodio riportato dagli Atti di Pietro (metà II secolo d.C.). Negli Atti si cita l’apparizione di Gesù a Pietro, primo papa, ammonendolo a non abbandonare la sua comunità. Riscaldando la platea, Perrotti ha tratteggiato un’ipotesi affascinante: quella secondo cui il Maestro di s. Saba (autore nella chiesa sull’Aventino della Madonna con Bambino fra i ss. Andrea e Saba) possa essere al tempo stesso il pittore dell’affresco sull’Appia.

«La poesia non ha un momento in cui nasce, ma è lì da sempre, come una pietra». Prende spunto da questo aforisma di Eugenio Montale la poetessa Patrizia Pallotta nel tracciare un parallelo, del tutto affascinante e originale, tra il poeta genovese e Paolo Salvàti, che si pone come uno dei cinque pittori della via Margutta minor dell’Appio Latino Tuscolano, via Mantellini (oltre a lui, Savino Intreccialagli, Rinaldo Caressa, Germana Felici ed Elio Carletti). Nei suoi quadri Salvàti porta la trasfigurazione dei sentimenti, privilegiando il colore blu (si veda l’olio su tela Pietra blu del 1974) in tutte le sfumature, lasciando un’eredità fatta di emozioni. Analizzando il nesso tra Montale e Salvàti, Patrizia Pallotta ha colto l’occasione per ricordare come nell’autore di Ossi di seppia la poesia delle cose è tutt’altro che semplice e lineare: è ardua, difficile, talora oscura, nel tentativo di attribuire agli oggetti il compito di cogliere il senso indecifrabile dell’esistenza. Un medesimo termine, infatti, contiene spesso una pluralità di significati, intrattenendo, con il contesto, molteplici relazioni, che lo rendono di ardua decifrazione sul piano razionale. Il simbolismo di Montale, come quello di Salvati – aggiunge poi la poetessa -, potrebbe essere visto, meglio, come una forma nuova e tutta moderna di allegoria, nella misura in cui gli elementi della natura rappresentano condizioni spirituali e morali.

 

A conclusione dei lavori lo storico Pierluigi Amen, all’indomani del riconoscimento alla Memoria di don Gioacchino Rey (nell’aprile 1944 parroco nella chiesa di s. Maria del Buon Consiglio di via Tuscolana) da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella della Medaglia d’Oro al Merito Civile, ha fatto il punto sulle sue ricerche inerenti al rastrellamento nazista del Quadraro. All’allora parroco del Quadraro si deve la raccolta dei nominativi dei deportati; iniziativa assai preziosa «anche perché – ha chiosato lo storico – gli elenchi redatti dai tedeschi all’alba del 17 aprile del 1944, e poi utilizzati nei luoghi di detenzione, andarono distrutti e/o dispersi». Don Rey, dopo essersi offerto alle truppe di Kappler come ostaggio al posto dei suoi parrocchiani, fece per giorni la spola tra le famiglie del rione razziato e gli Studi cinematografici di Cinecittà; ciò per portar loro informazioni e messaggi da parte dei propri parenti, nonché sostegno e conforto, venendo per questo più volte picchiato dai tedeschi.

 

Per finire, nella Guida del VII Municipio di Paolo Montanari viene dato modo al residente, così come a un turista incuriosito, di scoprire nei meandri di vicoletti progettati dal sapiente piano regolatore di Ernesto Nathan ed Edmondo Sanjust attività di recente apertura, come ad esempio la Bottega di Liuteria in via Mantellini 11. Si tratta dell’Accademia Romana di Liuteria, in cui si tengono corsi di formazione, rivolti soprattutto alle nuove generazioni, con il patrocinio dell’A.N.L.A.I., il cui obiettivo è realizzare secondo antichi metodi strumenti ad arco (come i violini Stradivari), viole, vio

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